Meridiana. 46 2003. Europa: l’identità difficile
Inaugurando una nuova stagione della nostra rivista, abbiamo voluto
riflettere sul problema dell’identità europea. La scelta ha una sua
coerenza. «Meridiana» ha lungamente ragionato su temi analoghi per
quanto riguarda il Mezzogiorno nell’Italia unita, centrando il suo discorso
su un’esperienza storica che in età liberale, fascista o repubblicana
ha visto una molteplicità di identità regionali sovrapporsi problematicamente
all’identità nazionale, senza pensare che le prime contraddicessero
la seconda, anzi nella convinzione che per certi versi tale
sovrapposizione rappresentasse il fulcro della storia italiana.
L’Europa unita, per come è stata sinora e per come presumibilmente
sarà, ripropone questo tema delle identità plurime e ovviamente, rispetto
al caso italiano come a qualsiasi altro caso nazionale, lo amplifica
di molto, perché non è pensabile che la pluralità linguistica, culturale,
politico-istituzionale esistente possa tollerare una reductio ad unum:
non a caso abbiamo davanti ai nostri occhi identità e istituzioni nazionali
che tengono, nonché identità e istituzioni regionali che nei vecchi
contenitori avevano scarsa evidenza, e che vengono in primo piano
proprio adesso. Mitologie identitarie «dure», tipiche del vecchio Stato potenza
ottocentesco, esacerbate dai totalitarismi nati dalla fornace
della Prima guerra mondiale, modellate sulle gerarchie dell’armata e
della fabbrica, sarebbero tra l’altro singolarmente spaesate in un’Europa
nata proprio dalla coscienza del carattere distruttivo degli estremismi
nazionalistici, nonché dalla dissoluzione della potenza degli europei
nell’altra fornace della Seconda guerra mondiale, e poi nel processo
di decolonizzazione.
La costruzione europea da un lato riflette e dall’altro provoca il fenomeno
epocale della scomparsa della guerra guerreggiata, dopo qualche
millennio, dal cuore del continente; e va detto che con i suoi collanti
deboli, con la sua insistenza sulle priorità dell’unificazione economica, con la sua tenue spinta ideologica, l’Europa unita rappresenta
l’evento politico-istituzionale forse più rilevante mai realizzatosi nella
storia senza il concorso delle armi. L’assenza della guerra fa bene alla
salute mentale dei popoli. Come nota nel nostro fascicolo Bonanate,
anche solo quest’elemento rappresenta una straordinaria suggestione
positiva per il resto del mondo: all’insegna del motto si vis pacem para
pacem, potrebbe essere volta in positivo la ormai famosa metafora nata
negli ambienti neo-conservatori d’oltre oceano per stigmatizzare le
impotenze del vecchio continente, che apparenta l’Europa vecchia e
stanca al dominio di Venere, mentre gli Stati Uniti d’America giovani
e pugnaci sarebbero da inserirsi in quello di Marte.
Usualmente le classi dirigenti del passato hanno provato a dare alle
nazioni coscienza di sé attraverso l’elaborazione di una storia comune
fatta di virtù guerresche sfortunate o fortunate, di eroismi e tradimenti,
nella convinzione che le identità nazionali fossero entità metastoriche
che potessero magari assopirsi ma che erano destinate prima o poi a
risvegliarsi. Queste operazioni hanno avuto il prezzo di una rimozione
dalla memoria di differenze e contrasti intestini, sono state insomma
realizzate, diceva Renan, falsificando il passato. Alla luce di quanto
abbiamo detto, nel caso dell’odierna costruzione europea costruzioni
mitopoietiche di questa natura sembrerebbero improponibili, oltre che
controproducenti; eppure, spiega Marcello Verga nel contributo che qui
pubblichiamo, gli storici sono stati sollecitati sia pure blandamente ad
operazioni di questa natura dalle istituzioni comunitarie, sin dalle loro
origini; ed è possibile che oggi si prema per la realizzazione e la diffusione
di manuali di storia europei politicamente corretti e di tipo edificante,
da cui francesi e tedeschi, polacchi e ucraini traggano l’idea che
in fondo bisogna volersi bene.
Per fortuna a questo livello non siamo ancora all’imbarazzante situazione
italiana che vede moltiplicarsi gli appelli politico-istituzionali
agli storici perché lavorino alla costruzione di una memoria condivisa
del passato: appello che contiene un richiamo sottile quanto subdolo al
principio di autorità, sotto il quale si nasconde forse un qualche fastidio
nei confronti delle troppe libertà che gli studiosi usano prendersi quando
trattano di eventi del passato ritenuti scottanti per la vita pubblica
di oggi. Ovviamente, non si vuole qui negare la legittimità dell’uso
pubblico della storia, ovvero di una presentazione del passato a fini
identitari o legittimanti da parte di istituzioni e movimenti politici; ma
certamente si deve dire che tali finalità divergono il più delle volte da
quelle conoscitive, oggi con ben maggiore evidenza rispetto a ieri, che
la storiografia non serve ad ammaestrare al bene, né a creare concordia, ma anzi talvolta, ricostruendo i contrasti del passato in tutta la loro
asprezza, potrebbe ottenere risultati opposti.
La Chiesa cattolica è entrata energicamente nel dibattito sulle radici
d’Europa esigendo un richiamo esplicito alle origini cristiane della
nostra civiltà, da iscriversi sin nel testo di quel documento che pomposamente
viene chiamato Costituzione europea. Ovviamente, richiami
di questo genere potrebbero moltiplicarsi all’infinito perché, come vedrà
il lettore leggendo il saggio di Cazzaniga, molte sono le correnti
ideali recenti e a maggior ragione remote che potrebbero porsi a base
dell’identità europea; talmente numerose che c’è da chiedersi a cosa
serva elencarle in un testo legislativo. Tra l’altro depongono in direzione
contraria le costituzioni europee esistenti (ivi comprendendo quella
italiana), che definiscono diritti e doveri della cittadinanza in senso
universalistico, non in relazione a uno specifico popolo e tanto meno a
uno specifico retaggio culturale o peggio religioso. Come potremo in tal
guisa chiedere a un ebreo, a un islamico, a un buddista, di identificarsi
nella Costituzione ovvero nella cittadinanza europea? Procederemo
aggiungendo qualche riferimento ai testi sacri dell’ebraismo o qualche
citazione del Corano per rendere il tutto accettabile e politicamente
corretto? O pretenderemo di impartire agli integralismi che si moltiplicano
minacciosi in giro per il mondo lezioni alla Oriana Fallaci sulla
superiorità della nostra civiltà sulla loro?
La domanda va posta perché dietro ogni rivendicazione sulle radici
d’Europa si profila il tema della superiorità europea (occidentale), magari
imperniato sull’argomento per il quale qui e soltanto qui si sono
sviluppate e tuttora prosperano istituzioni democratiche. Come ha
scritto di recente Amartya Sen spesso si
va molto al di là dell’indubbio riconoscimento che la democrazia è una forma
di governo prevalentemente occidentale nel mondo contemporaneo, giungendo
a sostenere che sia un’idea le cui radici si possono trovare esclusivamente in uno
specifico tipo di pensiero occidentale, che per lungo tempo è fiorito soltanto in
Europa e in nessun’altra parte del pianeta.
Insomma dietro l’argomento, che di per sé potrebbe essere preso in
qualche considerazione, si nasconde il più classico degli schemi identitari,
quello che lega la costruzione del sé alla formazione di stereotipi negativi
sull’altro. Si pensi all’eccessivo peso che si tende a dare nell’opinione
pubblica europea (media e istituzioni compresi) al tratto etnico
della grande criminalità, tema su cui ci siamo soffermati in un recente numero di «Meridiana». Si pensi all’impudenza con cui, nello stesso
momento in cui scriviamo, la guerra viene propagandata come un ottimo
strumento per imporre progresso e democrazia a popoli giudicati
barbari.
Se vogliamo confrontarci con modelli pur sempre elevati, possiamo
riferirci a un libro pubblicato qualche anno fa da un grande studioso
come Landes, dove l’intera storia mondiale negli ultimi mille anni è
stata ricostruita sulla base della frontale contrapposizione tra un Occidente
capace di creare sia ricchezza che libertà che potenza militare, e
gli altri, incapaci di produrre sia l’una che le altre; insomma a partire
da un’orgogliosa rivendicazione della superiorità occidentale, da sempre
e per sempre. Va peraltro sottolineato come per Landes l’antinomia
si riverberi all’interno dello stesso Occidente, concetto che nel testo in
questione si riduce all’area atlantica comprendente i due Paesi anglosassoni,
Inghilterra e Stati Uniti, destinati (per usare una terminologia
hegeliana) a portare la fiaccola della civiltà e a scambiarsela tra loro;
mentre l’Europa mediterranea (non parliamo di quella orientale) si sarebbe
rivelata incapace, in quanto cattolica, di produrre e libertà e sviluppo
economico. L’Italia potrebbe rappresentare per il nostro autore
un problema interpretativo, per la precocità del suo sviluppo industriale,
ma qui a suo dire la Controriforma può spiegare tutto o quasi. La
Sicilia quattrocentesca espulse gli ebrei, e sempre stando a Landes quest’evento
risulta determinante a cinque secoli di distanza per «l’odierna
persistente arretratezza dell’isola»(2). Ma vediamo come egli descrive
l’odierno Mezzogiorno d’Italia:
Il Sud è rimasto arretrato, nonostante gli enormi sussidi governativi e, oggigiorno,
della Comunità europea. Il paesaggio è butterato di fabbriche inoperose,
di palazzi residenziali lasciati a metà, di strade che finiscono nel nulla.
Questo mare di fallimenti e di disperazione è il risultato di tare molto gravi:
ignoranza, pregiudizio, mancanza di comunicazioni, criminalità organizzata.
Il Mezzogiorno continuerà a pagare per i peccati commessi in passato. Molte
persone del Nord sono disgustate al punto di parlare di secessione (leggi: espulsione).
Non accadrà. Ci vogliono i pragmatici cechi per sbarazzarsi della Slovacchia.
La consonanza tra gli argomenti di Landes e quelli di Bossi potrà
stupire, ma in fondo quest’incursione nelle piccole cose di casa nostra in un libro sulla storia della civiltà universale è coerente con il complesso
della tesi, anzi nel brano citato c’è tutto: l’esplicito e l’implicito. «Fallimenti
» e «disperazione» sono il risultato di antichi «peccati» che calvinisticamente
non potranno mai essere riscattati o perdonati, che anzi
provocano il «disgusto» delle persone dabbene determinando l’«espulsione
» dei reprobi dall’umano consesso: peccato che gli italiani del
nord, pur sempre affetti dalla tabe latina e cattolica, manchino della
moralità necessaria ad erogare condanne giuste ancorché severe.
Insomma, stando a questi ragionamenti stereotipati c’è sempre un
sud o un est da escludere dalla storia, o dalla parte buona della storia
che sta a nord e a ovest. Un tale schema identitario, sgradevole dal
punto di vista morale, vano da quello culturale, inefficace da quello conoscitivo,
è anche inadatto a operazioni di public history che vogliano
rappresentare l’Europa nuova. D’altronde l’Europa non è mai stata vista
come un tutt’uno, anzi le sue diverse parti sono state usate per simboleggiare
tendenze opposte. In una qualsiasi idea di Europa, quanto
meno dalla prima età moderna, l’est europeo ha rappresentato l’Asia, il
Mediterraneo l’Africa e ancora l’Asia, la barbarie orientale, la naturalità
contrapposta alla civilizzazione: i vaghi confini geografici del continente
sono stati cioè proposti come fortissimi confini simbolici tesi a
identificare sotto il profilo culturale, economico e politico l’Europa vera
da una non-Europa, o da un’anti-Europa. Se oggi vogliamo dare pari
dignità ai popoli del vecchio continente, dobbiamo uscire da questi
schemi, guardarci dalle rielaborazioni di miti passati, basarci sul presente
e costruire il futuro.
Ed ogni spirito costruttivo e consapevole che volga lo sguardo verso
il futuro dell’Europa non potrà non riconoscere che accanto a molti
rischi si dispongono innumerevoli opportunità. Tra gli uni e le altre
dovrà destreggiarsi l’iniziativa politica alla quale principalmente spetta,
come è accaduto in altri momenti di analoga importanza, la responsabilità
di tracciare il percorso che dovremo seguire per molti anni
a venire.
Si avverte un diffuso pessimismo sulla capacità dell’Europa di promuovere
il benessere dei suoi oramai numerosissimi cittadini. Spesso,
alla base di questo pessimismo, vi è l’osservazione parziale degli accadimenti
economici degli ultimi due o tre decenni e qualche improbabile
comparazione con gli Stati Uniti. È vero che il prodotto pro capite degli
Stati Uniti è circa del 30% più alto di quello europeo, ed è altrettanto
vero che questo differenziale non è stato eroso negli ultimi trent’anni.
Ma si dovrebbe anche ricordare che la produttività del lavoro in Europa,
nello stesso periodo, è cresciuta più di quella americana in modo da completare il processo di catching up iniziato all’indomani del secondo
dopoguerra. Gli europei, dunque, nel corso di questi trent’anni hanno
accresciuto la propria capacità di produrre più di quanto abbiano fatto
gli americani, eppure ciò non è valso a colmare le differenze nel reddito
pro capite. Ciò è avvenuto perché gli americani hanno lavorato più degli
europei, come dimostrano i dati sulle ore di lavoro annuali complessive.
La tendenziale riduzione delle ore lavorate in Europa può avere
cause e natura diverse. Da un lato, si potrebbe trattare di una scelta
volontaria, di una maggiore preferenza per il tempo libero; dall’altro
essa potrebbe derivare da un cattivo funzionamento del mercato del
lavoro (le famose rigidità!) che obbligherebbe al tempo libero anche
chi in realtà vorrebbe lavorare, guadagnare e consumare di più. Si dibatte
quale sia l’importanza relativa di queste due cause ma sembra
ragionevole attribuire un peso non secondario alle diversità culturali e
ritenere che in larga misura gli americani hanno continuato a lavorare
molto per poter consumare di più, mentre gli europei hanno scelto di
lavorare meno per poter godere dei piaceri del tempo libero. Se si guarda
soltanto al Pil pro capite – attribuendo per l’ennesima volta a questa
unità di misura significati che essa non può sostenere – si commette
il grave errore di non comprendere che le distanze tra Usa e Europa
sono il frutto non tanto di diverse capacità produttive, di modelli economici
strutturalmente differenti, di istituzioni troppo o troppo poco
protettrici di alcuni diritti sociali, quanto, e soprattutto, di diverse scelte
sul come usufruire del benessere aggiuntivo al quale consente di accedere
il progresso economico. Se gli europei hanno un reddito pro capite
più basso, non per questo il loro benessere è inferiore a quello degli
americani.
La considerazione della diversità tra queste opzioni collettive nei
due continenti esemplifica assai bene il ruolo che anche in economia
hanno e devono avere le specificità culturali, e illustra la debolezza
delle tesi di coloro che in nome della religione del Pil nulla trovano di
meglio che consigliare all’Europa di americanizzarsi nelle istituzioni,
nei modelli e anche nei valori, dandosi finalmente una unica, nuova
identità. Consideriamo questi dati. Negli Stati Uniti, secondo una recente
indagine, il 19% della popolazione adulta ritiene di far parte
dell’1% più ricco del Paese, e un ulteriore 20% ritiene che nel corso
della sua vita entrerà a far parte di quel privilegiatissimo 1%(4). È chiaro che la quasi totalità di queste persone ha percezioni e aspettative errate,
ed è altrettanto chiaro che vi è una fiducia altissima nell’efficacia
dei meccanismi di mobilità sociale impliciti in un’economia fortemente
dominata dal mercato. Qui appare decisiva la forza persuasiva e un
po’ fantasiosa del sogno americano, dell’American Dream. Essere o diventare
ricchi è possibile per tutti: non conta tanto che ciò sia vero,
quanto piuttosto che lo si creda intensamente. Dunque, il sogno, per
moltissimi irrealizzabile, di far parte del top 1% spinge a lavorare – e a
far lavorare – con eccezionale intensità, mentre i più disillusi europei
scelgono di godersi altri aspetti della vita. Forse, bisogna aggiungere,
essi ne hanno il diritto.
Tali diversità danno anche conto del diverso atteggiamento di americani
ed europei nei confronti della difesa e della protezione dei diritti
sociali. Ad esempio, da un’indagine che ha posto a confronto con gli
Usa il più americano dei Paesi europei, cioè la Gran Bretagna, risulta
che solo l’1% degli americani è favorevole a una maggiore tassazione
per la realizzazione di migliori servizi pubblici, contro il 62% dei britannici.
Questo risultato – assieme ad altri – conferma, tra l’altro, che
può essere molto saggio distinguere i cittadini da chi li governa. Gli europei
insomma non hanno coltivato un sogno come quello americano,
ed è improbabile che inizino ora a coltivarlo. Al contrario, molti di loro
hanno assistito non a un sogno ma a una specie di miracolo: il miracolo
della cosiddetta età dell’oro, ovvero a un primo venticinquennio repubblicano
ove le istituzioni non erano orientate alla flessibilità, alla
competizione fiscale, ecc. di cui oggi tanto si parla, ma a una sagace
combinazione di protezione sociale e crescita economica. Convincerli
che il mondo è cambiato al punto da rendere impossibile anche una
versione aggiornata e ammorbidita di quel modello non è facile, e forse
non è nemmeno desiderabile. Le loro domande di protezione sociale, e
l’eventuale capacità delle nuove istituzioni europee di soddisfarla, possono
avvicinare l’Europa al resto del mondo «non-americano» dove,
come alcuni studiosi americani sostengono (Calleo, Kupchan), questi
valori sono assai più familiari dell’American dream.
Insomma, tali elementi dovrebbero concorrere in modo netto a delineare
il profilo della nuova Europa; d’altro canto, proprio assicurando
sia progresso economico che protezione sociale il nuovo corso potrebbe
trovare la necessaria legittimità. La coesistenza delle ragioni del progresso
con forme anche elementari di tutela dei diritti sociali non è però agevole: molti fattori ostacolano la ricerca del punto di equilibrio tra le
ragioni, per diversi aspetti positive, dalle competizione e quelle della difesa
dei più deboli. I saggi di Di Matteo, Farina e Granaglia, che compaiono
in questo fascicolo, illustrano a fondo i nodi che occorre sciogliere
e i rischi contenuti in un processo di costruzione europea che, come
alcuni segnali possono far temere, appare troppo in debito nei confronti
del pregiudizio favorevole verso il «modello americano» – del quale,
peraltro, possono darsi diverse interpretazioni. Come gli stessi saggi segnalano,
vi sono strade interessanti da esplorare e principi da difendere
senza che venga messa in pericolo la più generale capacità di progresso
economico. In fondo il Consiglio europeo di Lisbona del 2000, riagganciandosi
ai progetti di Delors, ha indicato con chiarezza che la strada
da seguire è quella della conciliazione del dinamismo economico con
l’equità sociale. Ciò richiede non la riduzione dei costi, la compressione
salariale, la riduzione delle tutele ma, in primo luogo, il sostegno alla
capacità di innovare, di accumulare e utilizzare adeguatamente il capitale
umano. Questo progetto, come è evidente, richiede una dose crescente
di attenta iniziativa politica e di innovazione istituzionale.
La storia dell’Europa negli ultimi cinquanta anni è stata in modo
nettamente preponderante una storia di integrazione economica, e per
questo l’Europa economica è nettamente più avanti di quella politica.
Le istituzioni che essa si è data sono, in larga misura, ispirate all’idea
che la tecnocrazia sia una forma di governo spesso preferibile alla democrazia
politica, con il conseguente deficit democratico di cui molto
si discute. Si è fatta strada e si è radicata la convinzione che fosse necessario
«legare le mani» dei politici, limitandone, con l’imposizione di
regole fisse, la discrezionalità di scelta che avrebbero usato per proteggere
le proprie «rendite politiche» piuttosto che per promuovere gli interessi
generali. Gli esempi più chiari al riguardo – e non si tratta di
un caso - ricadono nella sfera economica: la politica monetaria è affidata,
con una precisa missione, all’autonoma e tecnocratica Banca
centrale europea, la politica fiscale è «ingessata» dal tecnocratico Patto
di stabilità e crescita. Le vicende che hanno di recente riguardato questo
Patto segnalano, però, che la strategia di «legare le mani» dei politici
e di affidare ai tecnocrati il compito di farsi interpreti del benessere
generale è anche minata da qualche ingenuità: il 25 novembre scorso
il Consiglio europeo, composto dai rappresentanti di tutti i governi,
non ha approvato la richiesta della Commissione europea di avviare
le procedura di sanzionamento contro la Francia e la Germania, che a
tali sanzioni si erano esposte avendo lasciato crescere i loro deficit pubblici
oltre il previsto limite del 3% del Pil e avendo altresì disatteso l’impegno a indicare politiche attendibili di rientro.
Non è facile prevede cosa accadrà, ma le questioni indicate ci pongono
di fronte a nodi decisivi, per sciogliere i quali occorrono scelte diverse
e coraggiose: contro l’opportunismo dei politici – che difficilmente
potrebbe essere negato, almeno come concretissima eventualità – occorre
rafforzare la democrazia e non affidarsi interamente ai tecnocrati
che troppo spesso distinguono a fatica il confine tra l’interesse generale
e il «buon» funzionamento dei mercati.
Il progetto di costruire un’Europa progressiva, democratica e giusta
ha bisogno di istituzioni politiche nuove e più distintamente comunitarie,
come argomentano in questo fascicolo Di Matteo e de Ioanna.
Innanzitutto, si pone il problema di rimodulare ed eventualmente
ampliare il bilancio dell’Unione europea anche per temperare ed equilibrare
la già avvenuta centralizzazione delle politiche monetarie. Vi
sono validi argomenti per affermare, ad esempio, che le politiche a sostegno
dell’agricoltura dovrebbero essere poste a carico dei bilanci nazionali
permettendo di liberare risorse a vantaggio di beni collettivi,
come ad esempio la ricerca, che più appropriatamente possono essere finanziati
e prodotti a livello comunitario. Vi sono anche valide ragioni
per invocare l’ampliamento del bilancio comunitario che richiederà,
per essere realizzato, un gesto di straordinario significato anche simbolico,
l’introduzione di un tributo europeo. In questo modo sarà possibile
ridare maggiori margini di manovra alla politica della spesa pubblica
che oggi è praticamente assente a livello comunitario e sostanzialmente
impedita a livello nazionale dal Patto di Stabilità e Crescita che,
come noto, impone ai deficit pubblici di non superare il 3% del Pil. Le
tendenze in atto, però, allontanano nel tempo il momento in cui questi
mutamenti saranno realizzabili.
Ma il processo di costruzione politica dell’Europa dovrebbe darsi
obiettivi più ambiziosi. Vi sono molte ragioni per ritenere che un’Europa
convinta della compatibilità tra le ragioni del progresso economico e
quelle della giustizia civile non possa fare a meno di istituzioni politiche
realmente europee. Tra i molti problemi, si consideri il seguente.
Con i processi di allargamento rischia di perdere fondamento la tesi,
frequentemente sostenuta, secondo cui le disuguaglianze in Europa sono
meno pronunciate che negli Stati Uniti. Infatti, il reddito pro capite
in Lettonia, uno dei Paesi dell’allargamento, era al 2001 di 7750 euro
in parità di potere d’acquisto, e quello del Lussemburgo di 44160 euro.
Quasi sette volte di più. L’apertura a aree povere rende insomma l’Europa
un territorio di ben stridenti disuguaglianze, e le istituzioni disponibili
per ridurre queste disuguaglianze (costituite essenzialmente dalle politiche di coesione che assegnano i cosiddetti fondi strutturali alle
aree con il più basso reddito pro capite) appaiono inadeguate a evitare
tali stridenti differenze: in altri termini, senza un rafforzamento delle
istituzioni politiche comunitarie, non solo l’idea egualitaria si trasformerebbe
in una debole utopia, ma arriveremmo al paradosso di
un’Europa caratterizzata da una maggiore disuguaglianza rispetto agli
Stati Uniti. Anche per questo il tema dell’unità politica, affrontato da
Patrono nel suo saggio, deve ricevere adeguata attenzione.
Le opportunità offerte dal processo in corso sono eccezionali. Si può
costruire un’Europa dinamica, equa e democratica ma i rischi non devono
essere sottovalutati: essi nascono soprattutto dalle prevedibili resistenze
degli interessi che il processo di integrazione inevitabilmente
minerà. Un’iniziativa politica elevata e lungimirante non potrà non
distinguere chi è impegnato a difendere un privilegio da chi teme di
vedersi sottrarre un diritto, in una logica finalizzata alla sconfitta dei
primi e alla giusta tutela dei secondi.
Maurizio Franzini e Salvatore Lupo
Note
1 A. Sen, La democrazia degli altri, Mondadori, Milano 2004, pp. 6-7.
2 D.S. Landes, La ricchezza e la povertà delle nazioni: perché alcune sono così ricche e altre
così povere, Garzanti, Milano 2000, p. 200.
3 Ivi, p. 268.
4 T. Judt, Anti-Americans Abroad, NYRB May 1, 2003; Id., A Tale of Two Legacies, in
«The Economist», December 21, 2002; Id., «Financial Times», January 25-6, 2003.
5 Si veda «The Economist», December 21 2002.




